Adista Documenti 7/2014

La “pace” interessata di Israele: un’intesa con i palestinesi per spuntare l’arma del boicottaggio

DOC ‐ 2598. ROMA ‐ ADISTA.

Probabilmente l’attrice Scarle Johansson non immaginava che la decisione di prestare il proprio volto all’azienda israeliana Sodastream che realizza dispositivi domestici per la produzione di soda e il cui principale impianto è nella colonia di Ma’ʹale Adumim, in Cisgiordania potesse finire sui giornali di tutto il mondo e rappresentare il momento, per ora, più basso della sua carriera. Eppure le cose sono andate così e, costretta a scegliere tra il
cachet, presumiamo milionario, offertole dalla Sodastream e il suo impegno come ambasciatrice dell’ʹorganizzazione umanitaria Oxfam, ha optato per il denaro sonante. Ma per quanto la scelta dell’a[rice statunitense possa risultate amara per il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS ), che ha in Sodastream uno dei suoi bersagli fondamentali, l’ampiezza che la notizia ha avuto sui media di tanta parte del mondo non fa che confermare la risonanza crescente, a livello internazionale, della campagna nata nel 2005 per iniziativa della società civile palestinese.

Non che ce ne fosse bisogno, in realtà. Negli ultimi mesi, BDS ha infatti messo a segno un obiettivo dietro l’altro. In gennaio, il Ministero delle Finanze norvegese ha annunciato l’esclusione delle imprese israeliane Africa Israel Investments e Danya Cebus dal suo Government Pension Fund Global (Fondo pensionistico nazionale) per aver contribuito a gravi violazioni dei diritti umani a Gerusalemme Est. Sempre nel mese scorso, la più grande società di gestione dei fondi pensione dei Paesi Bassi, la PGGM, ha deciso di ritirare tutti i propri investimenti da cinque istituti di credito israeliani (Bank Hapoalim, Bank Leumi, First International Bank of I srael, Israel Discount Bank e Mizrahi Tefahot Bank) perché hanno filiali in Cisgiordania e/o sono coinvolti nel finanziamento della costruzione degli insediamenti. Stesse ragioni che hanno indotto la più grande banca della Danimarca, la Danske Bank – che aveva già ritirato i propri investimenti dalle società Africa Israel Investments e Danya Cebus – a mettere nella propria blacklist l’israeliana Bank Hapoalim.

Sempre in gennaio il governo tedesco ha annunciato l’intenzione di condizionare le future sovvenzioni alle imprese high‐tech israeliane, così come il rinnovo di un accordo di cooperazione scientifica, all’inclusione di una clausola territoriale in base a cui gli enti israeliani situati in insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non potranno beneficiare dei finanziamenti. Ma Israele rischia l’isolamento non solo sul fronte economico. In dicembre l’American Studies Association (ASA) – che riunisce 5mila accademici statunitensi – ha deliberato la propria adesione al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. E un mese prima l’Assemblea generale dell’ONU ha designato il 2014 come Anno internazionale della solidarietà con il popolo palestinese.

E l’elenco potrebbe continuare. Al punto che, il 20 gennaio scorso, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth titolava: «100 leader dell’economia mettono in guardia Israele dal boicottaggio». Sottotitolo: «Il mondo sta perdendo la pazienza e la minaccia delle sanzioni sta crescendo: dobbiamo raggiungere un accordo con i palestinesi». Non stupisce quindi che in più d’uno sia sorto il dubbio che obiettivo prioritario dei colloqui di pace da parte di Israele sia quello di delegittimare – e dunque depotenziare – la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.

Così la pensa anche Susan Abulhawa, scrittrice palestinese residente negli Stati Uniti ‐ autrice del best seller Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli, 2011) e fondatrice della ONG Playgrounds for Palestine ‐ che accusa Israele di cercare di «soffocare il movimento BDS così come fece con la prima Intifada: riciclando la farsa dei negoziati».

Di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, il commento di Abulhawa apparso sul sito di Al Jazeera il 16 gennaio scorso. (Ingrid Colanicchia)

Alto tradimento di Susan Abulhawa

Niente di buono potrà venire per la causa palestinese dai negoziati in corso in Medio Oriente. È probabile anzi che causino molto danno. Il rischio è che vengano distrutti anni di lavoro della società civile palestinese e dei suoi alleati in tutto il mondo a favore di una pace giusta: un lavoro realizzato principalmente attraverso campagne globali di resistenza nonviolenta come quella di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), o il Tribunale Russell o altre innumerevoli proteste popolari locali e internazionali.

Sappiamo che il segretario di Stato Usa John Kerry ha presentato alle due parti un accordo transitorio che «servirà da cornice per portare avanti i negoziati verso un accordo definitivo». Un accordo che si baserebbe sulle “frontiere del 1967”. Ai palestinesi si chiede di fare concessioni di grande rilevanza, mentre non può dirsi lo stesso per Israele, che sta “negoziando” territori, diritti e risorse che appartengono al popolo palestinese.

Molta di questa retorica risulta familiare, considerato che si tratta di una riproposizione dei fallimentari Accordi di Oslo, raggiunti sulla base di concessioni permanenti strappate ai palestinesi in cambio di promesse di reciprocità da parte israeliana rimaste sulla carta. Così, ai palestinesi si sta propinando di nuovo la stessa menzogna di 20 anni fa. Anche questa volta, le concessioni richieste a noi palestinesi comportano una completa rinuncia ai nostri diritti come popolo originario, in cambio delle stesse vuote promesse di denaro da parte dell’Union Europea e degli Stati Uniti al fine di mantenere lo status quo ancora per un po’: il tempo sufficiente per alterare il territorio in modo permanente e completare quel disegno di ingegneria sociale, politica ed economica finalizzato a stt[omettere il popolo palestinese e a ridurlo alla totale impotenza, in maniera che le profonde divisioni esistenti, la corruzione e la dipendenza impediscano il sorgere di una resistenza organizzata ed efficace.

VERITÀ NOTE

I dettagli dell’accordo, ci viene detto, «sono in corso di discussione tra le parti». Però esistono già delle certezze: questo accordo non porterà all’autodeterminazione palestinese. Uno Stato palestinese con una continuità territoriale continuerà a risultare impossibile, considerando le alterazioni fisiche del paesaggio compiute da Israele attraverso l’appropriazione di terre, la colonizzazione e la giudaizzazione di Gerusalemme e di vaste parti della Cisgiordania. I sraele non metterà fine alla costruzione di colonie illegali, per quanto possa farlo temporaneamente. I palestinesi non avranno il controllo del proprio spazio aereo, delle proprie risorse naturali (a cominciare dall’acqua e dal petrolio recentemente scoperto), delle proprie frontiere o dell’economia.

La segregazione continuerà a esistere a livello di strade, case e autobus. La demolizione delle case palestinesi andrà avanti. E così l’assedio di Gaza, che forse si accentuerà. Il muro di separazione continuerà a stare lì dov’è, con torrette di vigilanza e cecchini. I sraele continuerà a bombardare il nostro mondo a suo piacimento. A fare retate notturne e a terrorizzare i nostri bambini. La nostra Gerusalemme, a pochi chilometri di distanza, continuerà a essere lontana quanto la luna per la maggior parte del popolo palestinese. Israele continuerà ad attirare ebrei da ogni parte del mondo insediandoli sulla terra che ci è stata rubata, dove impugneranno le armi contro la popolazione nativa. Gli incentivi offerti ai palestinesi negli attuali colloqui fanno pensare che l’Autorità nazionale palestinese (ANP) accetterà finanziamenti in cambio della libertà. S i parla di un «pacchetto economico senza precedenti» e di altre «concessioni»: nient’altro che un’anestesia temporanea. D’altra parte, Israele otterrà probabilmente la benedizione palestinese per appropriarsi della Valle del Giordano, la terra più fertile della Cisgiordania, e per controllare le vite e le risorse palestinesi in modo permanente.

Si dice anche che i suoi obiettivi demografici di tipo razzista – promossi dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e da Henry Kissinger, consulente del Washington I nstitute for Near East Policy (WINE P) – potrebbero ottenere ulteriore impulso, attraverso il trasferimento di gran parte dei suoi indesiderabili cittadini non ebrei sotto il controllo palestinese. Ma questo è un dettaglio. I suoi obiettivi immediati sono di due tipi: assestare un duro colpo alla crescente solidarietà nei confronti della Palestina e alla campagna di boicottaggio contro Israele e acquistare legi[imità nella sua natura di Stato razzista.

L’EFFETTO BDS

La campagna BDS, lanciata nel 2005 dalla società civile palestinese come strategia non violenta per liberarsi – umanamente e politicamente – dalla colonizzazione e dall’apartheid di Israele, si è andata espandendo, alimentando la speranza di azioni globali su una scala simile a quella che contribuì a porre termine all’apartheid in Sudafrica. E credo sia proprio il movimento popolare BDS (con tu[e le azioni di solidarietà affini) a spingere oggi Israele a cercare un qualche tipo di accordo temporaneo con i palestinesi. Israele sta entrando nel panico, e a ragione, perché il suo potere si fonda su governi ed élite di tipo corporativo ed è senza difese contro una mobilitazione di massa in difesa della giustizia e dei diri[i umani fondamentali, proprio come avvenuto alla fine degli anni ‘80, quando la prima Intifada si guadagnò le simpatie di tutto il mondo. Anche prima dell’età della comunicazione di massa e
dell’informazione in tempo reale, le immagini dei bambini palestinesi che sfidavano con le pietre soldati armati fino ai denti e carri armati cominciarono a farsi spazio nella coscienza internazionale, me[endo in discussione l’immagine di Israele come vittima, nonostante le sue relazioni pubbliche e le sue affannose campagne di propaganda.

È così che I sraele e Stati Uniti orchestrarono la Conferenza di Madrid, seguita dagli Accordi di Oslo. A dispe[o del fa[o che i palestinesi, in quella occasione, rinunciarono, con un doloroso sacrificio, al 78% del territorio storico della Palestina, acce[ando la creazione di uno Stato su appena il 22% del nostro suolo patrio, I sraele ha continuato ad agire in mala fede, accelerando le politiche di colonizzazione e di pulizia etnica e stabilendo così quella “situazione di fatto” che attualmente impedisce qualsiasi realizzazione di uno Stato palestinese così come concepito a Oslo.

La “diplomazia” di Oslo non sono consolidò le conquiste territoriali ottenute da Israele mediante il terrore e la guerra del 1948, e non solo creò un nuovo fronte da cui espandere l’impresa colonizzatrice israeliana, ma neutralizzò anche l’unico potere reale in mano palestinese – la mobilitazione popolare – e ci spezzò la schiena attraverso il miraggio di una liberazione dietro l’angolo. In cambio abbiamo ricevuto l’illusione di un autogoverno: un contingente di “leader” eletti a vita che hanno contribuito a trasformare il nostro popolo orgoglioso in una nazione di mendicanti dipendenti dall’aiuto internazionale per il proprio sostentamento.

Abbiamo assistito a una nuova ondata di colonizzazione delle nostre terre, ora di esclusivo dominio ebraico. E abbiamo ottenuto una forza di polizia palestinese ben addestrata che, lungi dal proteggere il proprio popolo, collabora con Israele nella repressione di ogni legi[ima resistenza contro la tirannia.

Ci troviamo ora in una situazione simile a quella in cui eravamo alla fine degli anni ‘80. Dopo anni di lotta, organizzazione e militanza, la resistenza palestinese ha nuovamente conquistato la simpatia della società civile di tutto il mondo: accademici, attivisti sociali, religiosi, intellettuali, artisti, sindacalisti, universitari, rappresentanti delle Chiese e molte persone e istituzioni coscienti si stanno mobilitando a favore delle rivendicazioni palestinesi in materia di diritti umani e per esigere che I sraele renda conto dei suoi crimini efferati e sistematici contro il popolo palestinese.

ALTO TRADIMENTO

Non avendo alcun argomento legittimo contro le rivendicazioni palestinesi, Israele sta cercando di soffocare il movimento BDS così come ha fatto con la prima Intifada, entrambi movimenti popolari di resistenza nonviolenta: riciclando la farsa dei negoziati. E per quanto il popolo palestinese non possa essere nuovamente ingannato, il rischio è che questi accordi provvisori riescano invece a ingannare i nostri alleati a livello di solidarietà internazionale.

Così la posta in gioco per Israele è ora molto più alta. Contrastare la campagna BDS potrebbe produrre in realtà un gradito effetto collaterale. Il vero obiettivo dell’ideologia sionista imperialista è il riconoscimento da parte palestinese di I sraele come Stato ebraico. Molti si chiedono perché ciò sia così importante per Israele. La risposta è semplice: se il vero erede della terra, il popolo nativo in tutti i possibili significati della parola – storico, culturale, legale, genetico – riconosce I sraele come Stato ebraico, vuol dire che rinuncia al diritto alla propria patria. Proprio come fa il legittimo proprietario di una casa che rinuncia a questa cedendola ufficialmente a un occupante illegale, così i palestinesi potrebbero dare a Israele quella legittimità a cui aspira. Un riconoscimento di questo tipo significherebbe non solo rinunciare al nostro diritto alla terra, accettando il fatto che questa appartenga agli ebrei di tutto il mondo, ma anche abbandonare i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi con cittadinanza israeliana a uno status permanente di cittadini di seconda classe e a una condizione di disuguaglianza istituzionalizzata e razzista.

Portare avanti i negoziati bilaterali nell’attuale e brutale squilibrio di potere ci distruggerà. Per dirla con le parole di Richard Falk, «la diplomazia intergovernativa non è la strada verso una pace giusta, ma una voragine per i diritti dei palestinesi». Si può perdonare l’Olp per essersi lasciata ingannare a Oslo la prima volta (nonostante gli avvertimenti di persone illuminate come Edward Said).

Ma sarebbe inconcepibile cadere ora nella stessa trappola, di fronte alle stesse parole e alle stesse vuote promesse.
A questo punto, qualsiasi accordo transitorio che non preveda la fine completa dell’occupazione e dell’apartheid da parte di Israele (includendo la piena uguaglianza per i palestinesi e le palestinesi con i cittadini israeliani) e che non garantisca il ritorno dei rifugiati e delle rifugiate deve essere visto come un atto di alto tradimento contro il popolo palestinese.